Quote rosa: si o no?

E’ novità di quest’estate appena terminata l’entrata in vigore delle quote rosa. Un percorso iniziato nel 2008 ad opera di due parlamentari, Lella Golfo (PDL) e Alessia Mosca (PD): inizialmente ognuna aveva iniziato per conto proprio, finchè nell’estate del 2011 le due proposte erano confluite in una sola che era approdata in Parlamento.

Operativa dunque la legge che prevede un graduale, ma costante, inserimento del “genere meno rappresentato” (elegante giro di parole per definire il genere femminile) all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende statali e di quelle quotate in Borsa. Per questo motivo, a vigilare sull’effettiva applicazione del nuovo decreto sarà nientemeno che la Consob, ente di vigilanza della Borsa stessa: al primo reimpasto del CdA, le aziende dovranno giungere a una presenza femminile di almeno il 20%. Dal 2015, questa quota salirà addirittura al 33%, e nel 2022 la legge esaurirà il suo effetto. Questo perchè ci si augura che per quell’epoca sarà stato creato un background tale da innescare un circolo virtuoso autonomo, che renda dunque di fatto inutile la legge stessa.

In Italia molte aziende si sono già mosse in tal senso, favorite anche dal fatto che in delega a quanto precedentemente in vigore, le cariche rosa possono essere ricoperte anche da parenti o amiche, ossia senza strenui concorsi o selezioni; per chi dovesse tuttavia trovarsi in carenza di candidate, l’associazione di professioniste milanesi PWA Milan ha creato un database chiamato “Ready for board women”, che rende accessibile a chi dovesse averne bisogno una lista di donne qualificate per incarichi nei consigli di amministrazione e pronte all’opera.

Questa la situazione. Tuttavia non sono poche le voci che si sono levate contro questa grande innovazione, di carattere europeo indubbiamente, ma dal retrogusto paternalista: il consigliere regionale friulano Piero Tononi (PDL) sottolinea l’esorbitante costo di due milioni di euro necessari solo alla regione Friuli Venezia Giulia per l’inserimento delle quote rosa nel direttivo regionale, proprio in un momento di grandissima difficoltà nei conti pubblici; molti, e non solo uomini, si scagliano in generale contro l’aspetto populistico della riforma, che tratta il genere femminile quasi come un settore “disabile” che necessita di protezione per poter ottenere risultati paritari.

E in Europa? L’argomento è di scottante attualità anche intorno a noi. Risale a pochi giorni fa infatti lo scontro aperto al Parlamento europeo: da una parte Viviane Reding (commissaria per la Giustizia, i Diritti fondamentali e la Cittadinanza) promotrice di una direttiva europea che imponga una presenza femminile obbligatoria del 40 per cento ai vertici delle società quotate e pubbliche; dall’altra la Gran Bretagna compatta, che guarda con sospetto a una forzatura del sistema meritocratico che, se funzionante, dovrebbe garantire di per sè l’ascesa a chi merita, indossi egli gonna o pantaloni.

Qui la chiave della questione: in un Paese dove la meritocrazia funzioni davvero, le quote rosa non avrebbero ragione di esistere; tuttavia, date le oggettive difficoltà a raggiungere questo dorato obiettivo, l’obbligo della percentuale femminile arriva ad essere un passo avanti, forzatura forse, ma figlia dei tempi.

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